Tic tac l’orologio va (non ho tempo per voi)

English version here.

Questa è un’opera di fantasia. Tutti i personaggi in questa pubblicazione sono fittizi e ogni rassomiglianza a persone reali, vive o morte, o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Copyright © 2016 by Stardust a lost alien
Tutti i diritti riservati. 

Beneath_clock_at_the_University_of_Rochester

https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19058140, by Tomwsulcer


Tic tac va l’orologio. Ci do un’occhiata, di sfuggita, mentre cammino per la strada, rapido, scivolando fra la gente. Fra questi bastardi di merda. Va così in fretta, mangiandosi via i secondi della mia vita, che durerà meno di un battito di ciglia. Mi domando se questa gente che si affanna intorno a me abbia una vaga nozione della fragilità della propria esistenza. Hanno vite talmente brevi – abbiamo vite talmente brevi – che uno penserebbe vorrebbero spenderle cercando di ricavarne il meglio. E invece, di solito le spendono rompendosi i coglioni a vicenda, facendo di tutto per danneggiarsi, svilirsi. Rompendo i coglioni a me. Molti di loro, non li sopporto. Sono senza speranza, prodotti in serie della loro società, privi di qualsivoglia spirito critico, indipendenza di pensiero; sono privi persino della volontà di vivere appieno la loro vita e sembrano animati soltanto da uno scialbo ed essenziale istinto di sopravvivenza.

Mi viene da pensare a Laila. Lei, invece, lei li ama. Lei è paziente. Lei vuole cambiare il mondo, lentamente, al ritmo di queste creature, coi loro tempi, con le loro gigantesche orride invadenti imperfezioni. Ma a lei non piace molto parlare delle loro imperfezioni e debolezze, preferisce concentrarsi su quello che c’è di buono, dice, preferisce vedere l’umanità in ognuno di loro, anche se a volte commettono cose terribili. Ma restano sempre umani. Appunto. È proprio questo il problema. E invece a lei piace, le piace da morire questa cosa che chiama umanità. Che procede a una lentezza tale che sembra non avanzi mai. Che quando fa un passo avanti poi ne fa tre indietro. Ma Laila non sa che tic tac l’orologio va. Laila non sa che non c’è tempo. Che non abbiamo mai avuto tempo.

Alla fermata del bus un uomo in abiti formali mi guarda con un misto di disprezzo e condiscendenza, da dietro i suoi occhiali ovali. Stringe la sua ventiquattr’ore e tira le labbra. Devo fargli davvero schifo. Deve pensare che sono un parassita della società, nonostante mi faccia il culo. E io, pensa un po’, credo che il parassita sia lui. Deve pensare che sono uno sbandato poco raccomandabile. E io credo che lui sia pieno di merda. Salgo sul bus, sentendomi lo sguardo dell’uomo sulla schiena. Sono quello con con cui lui non permetterebbe mai a sua figlia di andare. Sogghigno. Non vorrei davvero essere sua figlia, supposto che ne abbia una. Un paio di persone mi notano sorridere fra me e me e fanno facce strane. Cerco di darmi un contegno neutrale. Devo perdere quest’abitudine: la gente si accorge che c’è qualcosa che non va in me.

Questa visione romanzata della lentezza esasperante del miglioramento umano mi sta davvero sul cazzo. Tutti a farla sembrare questa grandiosità, questa sorta di cammino spirituale collettivo. Più che un cammino è un trascinarsi. E la verità è che sono tutte puttanate. C’è solo un piccolo gruppo in testa, e gli altri indietro a puntare i piedi. Questa gente odia andare avanti, ed odia anche il gruppo in testa. Laila non ne vuole parlare – nessuna delle colombelle come lei ne vuole parlare – ma la gente che lei vuole così tanto aiutare con ogni probabilità la detesta. Così romantico. Laila non ne vuole parlare perché così si sente meglio. Ma io non sento il bisogno di sentirmi meglio. O forse, più che altro non posso.

Questa gente, se potesse mi farebbe a pezzi. Una donna col velo mi guarda in cagnesco; sicuramente mi considera immorale. E dire che io non avrei niente contro di lei, o contro quello che forse è suo marito, che mi guarda ancora più in cagnesco con una punta di minaccia. Eppure, se potessero mi farebbero a pezzi. Non riesco a scacciare questo pensiero. Più che un pensiero, mi sembra un dato di fatto, una realtà inconfutabile che si dispiega quotidianamente sotto i miei occhi. Questa gente, se potesse mi farebbe a pezzi. Me, e Laila, e tutti quelli come lei e tutti quelli come me. Come si fa ad aiutare qualcuno che ti vuole distruggere, Laila? E tic tac l’orologio va e potremmo arrivare così in alto e realizzare così tanto di più se non fosse per la loro zavorra, per il loro metterci costantemente i bastoni fra le ruote; e tic tac l’orologio va le vita degli oppressi vengono incanalate e le loro ali maciullate e le loro possibilità disperse nel vento. Per causa loro.

Una signora vestita bene mi guarda alzando le sopracciglia, e anche se io faccio finta di guardare il mio telefono vedo con la coda che lei mi fissa a intervalli. C’è anche un altro che mi fissa, un macho con l’aria da duro, un ignorante, uno di quelli che non sanno mettere due parole in fila senza crocifiggere la grammatica.

Tic tac, l’orologio va, non abbiamo tempo Laila. Come si fa a cambiare la gente, Laila? Tu dici che bisogna avere pazienza, che le cose andranno avanti, ma Laila tu lo sai quanti anni, e decenni e secoli e millenni sono passati? Tic tac l’orologio va e le cose restano immutate. Ma non questa volta dici tu, questa volta andrà bene. Davvero, Laila? Pensi che non sia possibile tornare indietro? Pensi che non stia già accadendo? Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Dobbiamo cambiare la gente in un tempo utile Laila. Perché io sono vivo adesso. Perché tu sei viva adesso. Perché tutti siamo vivi adesso e abbiamo diritto a vivere, e vivere bene. La tua romanticheria, il passo dell’elefante, il tortuoso e lungo cammino del progresso, è tutto molto bello, ma la vita è qui ed ora. Io sono qui ed ora. E tic tac l’orologio va non ho tempo di aspettare. Non ho tempo di aspettare per questa gente.

L’energumeno continua a guardarmi. Lo guardo anch’io. La sua bocca si tende in un sorriso beffardo, di scherno. Mi disprezza. Io sono l’inferiore, quello sbagliato, sono l’antitesi di lui. Un altro puttana che se potesse mi farebbe a pezzi.

Come si fa a cambiare la gente in un tempo utile, Laila? Col lavaggio del cervello? Con la violenza? Con la tortura? Trattandoli con gentilezza e condiscendenza, come se fossero dei minorati mentali, cosa che in effetti sono? Con le buone parole e la dolcezza, come fai tu Laila? Ma lo sai che non funziona. Organizzandoli in maniera quasi scolastica, mandandoli a lezione? Ding dong, ora dei capitalisti senza scrupoli con la valigetta ventiquattr’ore. Ding dong, ora delle signore vestite eleganti che loro sì che sono per bene. Ding dong, ora dei musulmani misogini. Ding dong, ora dei marmocchi che fanno i bulletti. Ding dong, ora dei cattolici che si pigliano un colpo apoplettico se gli scombini i ruoli dell’uomo e della donna. Ding dong, ora dei razzisti di destra. Ding dong, ora degli ignoranti.

Ding dong. Il bus si ferma. Il macho scende, e io lo seguo. Lo faccio in automatico, senza pensare. È sera inoltrata. Mi sento bene, nonostante tutto questo. La sera mi piace, è rilassante, preludio di una notte che porta terrore, svuotata di umanità e piena di creature della stessa sostanza dell’ombra. Mi fanno urlare, nel sonno, ma correrei fra le loro braccia volentieri. Mi sembra che si nascondano negli angoli, adesso, sotto gli archi dei portoni, sbirciandomi e lanciando occhiate maligne all’ignorante. Lui procede, e io lo seguo camminando svelto e silenzioso. Non credo che lui si sia accorto di me. Se se ne è accorto, non mi sta dando peso. E perché dovrebbe?

Tic tac l’orologio va e io non ho tempo, non ho tempo. La vita scorre e corre e io non ho tempo, nessuno ne ha. Non ho tempo per te, energumeno. Non ho tempo per il tuo cambiamento. Io sono qui, ora, e tu sei solo uno dei tanti, la copia di una copia di una copia… Lui si infila in un vicolo, e io dietro. Il rumore dei suoi passi pesanti copre quello lieve dei miei. Tira una folata di brezza fredda, che mi fa sentire ancora più vivo, ancora più presente. Ah, amo questa vita. E non ho tempo per voi.

Sfilo il coltello dalla tasca. Il metallo freddo contro la pelle manda una scarica elettrica attraverso il mio corpo. Allungo il passo per portarmi più vicino a lui. Alle sue spalle.

Tic tac l’orologio va, dovete morire prima che lo faccia io.

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