La falena

English translation here.

Questa è un’opera di fantasia. Tutti i personaggi in questa pubblicazione sono fittizi e ogni rassomiglianza a persone reali, vive o morte, o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Copyright © 2016 by Stardust a lost alien
Tutti i diritti riservati. 

Liberamente ispirato da: “A Pyre of Black Sunflowers” di :Of The Wand And The Moon:

 

Caldo. Un caldo afoso, opprimente; una cappa pesante che gli ottura i pori, gli preme sulle tempie, ristagna nelle narici. Quel caldo delle sere estive, quando uno si aspetterebbe di trovare finalmente un po’ di refrigerio dal sole che ha picchiato tutto il giorno, seccando il terreno e scorticando la pelle. E invece, quando finalmente si avvicina il tramonto, invece che la frescura, che un po’ di brezza pulita, arriva la cappa.

Cammina nel campo di grano. Le spighe gli pungono i polpacci, irritando la sua pelle già infastidita dal caldo, dalla polvere e dal sale del suo sudore. Anche le zanzare gli pungono i polpacci, le zanzare pungono dappertutto, e lui non prova più nemmeno a scacciarle; si lascia divorare da quel nugolo malefico con una sorta di calma rassegnazione. Continua a camminare, sudando, facendosi strada a fatica fra gli steli d’oro che assumono una sfumatura rossastra adesso che il sole è basso e insanguina il cielo. Alza gli occhi, per ammirare quello spettacolo: appena qualche brandello di nuvola i cui bordi rifulgono e in basso alla sua destra quella palla di fuoco che è il sole, rosso, rosso, troppo rosso. Quasi inquietante. Un cielo infernale. Nonostante il caldo, un brivido gli corre lungo la schiena. Non comprende il motivo della sua irrequietezza; dovrebbe essere affascinato da una simile vista, ammirato, estasiato. Ma le sere d’estate, quelle bollenti e opprimenti – non quelle temporalesche, no, per quelle è diverso – gli hanno sempre messo addosso una certa inquietudine. Non sa perché. Mai saputo. È come se portassero con sé il presagio di qualcosa di nefasto, misterioso, o forse più che un presagio è un ricordo, qualcosa nascosto fra le falde del suo passato, nelle memorie oscure della sua infanzia. Forse è sia un presagio che un ricordo.

Scuote la testa, infastidito dalle gocce di sudore che gli colano sulle ciglia e negli occhi. Ha la sensazione che la sua faccia si stia fondendo. Strizza le palpebre per il bruciore quando il liquido salato entra in contatto coi bulbi oculari. Si passa una mano sulla fronte, fra i capelli per tirarli indietro, e guarda avanti, fissando gli occhi sulla colonna di fumo verso cui sta andando. È curioso, anche se è consapevole del fatto che probabilmente è solo una pira di erbacce e rami opera dei contadini della zona. Ma vuole andare a vederla, anche se il pensiero di avvicinarsi a qualcosa di ancora più rovente gli stringe il petto in un’anticipazione del calore che lo investirà.

Continua ad arrancare. Finalmente arriva una folata d’aria, calda pure questa. Lui si sente venire la pelle d’oca, forse è la vista del sole sempre più basso e sempre più vermiglio alla sua destra, mentre alla sinistra il cielo sta passando dall’azzurro-biancastro a una tonalità lieve di indaco. Se guarda bene, riesce a intravedere il baluginio della prima stella. Sarà una notte stellata. Sarà pieno di stelle, soprattutto in quella zona, così isolata, così buia. Ha voglia di piangere, e non sa perché; ha voglia di mettersi a urlare come un pazzo e correre in preda al terrore, e non sa di cosa. Procede verso la colonna di fumo. L’odore di vegetazione bruciata gli punge le narici: è sicuramente un rogo fatto dai contadini. Gli pare quasi di intravederne il bagliore, rossastro. I grilli hanno iniziato a frinire fra le spighe di grano, il loro canto dolce e gracchiante si leva nell’aria. Di nuovo quel brivido. Di nuovo quella paura. Uno sfarfallio nello stomaco, un battito del cuore appena accelerato, un puntura dolciastra in fondo alla gola. Si guarda intorno frenetico, certo per un istante di essere osservato da qualcosa di malevolo e potente.

Idiota. Si sta facendo suggestionare dall’aspetto quasi ultraterreno del paesaggio. Continua a camminare, mentre il sole gli scalda la guancia e il braccio destri, la sua carezza sempre calda ma più morbida che nelle prime ore del pomeriggio. L’odore di bruciato è più penetrante e gli pizzica il naso; ormai dovrebbe quasi esserci. Un’ombra scura passa veloce sopra la sua testa, senza emettere un suono: un pipistrello. Si ferma per un secondo, seguendolo con lo sguardo, e in quel momento si rende conto del silenzio che lo circonda. No, non è silenzio, la brezza fra frusciare il grano, i grilli innalzano il loro canto lieve nell’aria. È silenzio umano. Nessuna traccia di umanità intorno a lui. Solo lui, immerso in quella pace naturale, o forse innaturale. Si sente solo. Esposto. Minacciato. Incantato. Di nuovo quell’ombra di un ricordo.

Continua a camminare, e ora ha quasi raggiunto la pira: sente il crepitio delle fiamme e le vede anche divampare attaccate alla vegetazione annerita e impilata in quel cumulo, mentre le scintille sfarfallano nell’aria, in un nugolo. Il campo di grano si apre senza preavviso di fronte a lui, in un circolo perfetto al cui centro è costruito il rogo. Non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Si guarda intorno inquieto: non è bene lasciare un rogo incustodito, soprattutto non in un campo, soprattutto non con quel caldo torrido. Non c’è nessuno, solo il canto dei grilli, le punture delle zanzare e gli svolazzi dei pipistrelli che le mangiano. Riporta lo sguardo verso la pira. Qualcosa di strano mette in allerta la sua attenzione, ma non riesce a capire cosa. Osserva le fiamme, le piante che bruciano e si rende conto che non sono erbacce e ramaglie: principalmente, la pira è composta da girasoli, molti dei quali già neri a opera del fuoco. Quelli che non sono ancora andati bruciati hanno le corolle vuote. I semi sono stati raccolti, i girasoli tagliati ed ora stanno venendo bruciati. La visione acuisce quel senso di malinconia. Di nuovo si guarda intorno, rabbrividendo. Guarda la pira. Poi di nuovo intorno a sé. Poi di nuovo la pira. Poi finalmente capisce cos’è che non gli torna: non sono scintille quelle che si levano intorno ad essa. Sono falene. Uno sciame di falene svolazza intorno al mucchio incendiato, le ali illuminate dal bagliore delle fiamme, a cui volano vicine. Troppo vicine. Respira, inalando aria calda e fumo che gli fa lacrimare gli occhi e gli punge la gola. Tutto punge, la gola, le zanzare, il fumo nelle sue vie respiratorie, il sudore negli occhi. Caldo. Davvero troppo caldo.

Fissa affascinato e inorridito le falene che svolazzano intorno alla pira, attratte dalla luce; quale terribile scherzo della natura. I colori sanguinolenti e le ombre lunghissime acuiscono il suo senso di orrore, e di nuovo quel brandello di ricordo represso minaccia di sgusciare fuori. L’oscurità si addensa sotto le spighe, dandogli la fastidiosa sensazione che qualcosa si stia nascondendo nel grano. Di nuovo, si sente osservato. Si leva i sandali e poggia i piedi sull’erba secca e spianata del cerchio; ora anche le sue piante dei piedi pungono. È una bella sensazione. Reale. Flette leggermente le ginocchia per affondare di più i piedi nella sterpaglia che lo pizzica, bramando per essa, per quell’appiglio alla realtà che adesso appare sfuggente e cangiante, come le fiamme che danzano davanti a lui e intorno a cui danzano a loro volta le falene. Gli fa quasi girare la testa.

E mentre guarda succede, e anche se se lo aspettava non può fare a meno di reprimere un urlo e piantarsi le unghie nei palmi delle mani: una delle falene, una bella grossa, si è avvicinata troppo a una fiamma. Per un secondo anche lei diventa una piccola fiamma, le ali divampanti, e subito dopo casca nella pira, nera e accartocciata. Gli pare d’averne sentito lo sfrigolio, un sibilo croccante quando la falena ha preso fuoco, ma scuote la testa cercando di deglutire attraverso la gola chiusa; non è possibile che abbia udito un suono tanto lieve al di sopra del crepitio delle fiamme. Non vuole avere udito una cosa simile. Le corolle nere dei girasoli penzolano flosce e sembra che sogghignino verso di lui, che lo prendano in giro. Sembra che lo fissino. Si guarda intorno cercando di contenere il panico crescente.

È osservato. C’è davvero qualcosa acquattato fra le spighe di grano. Ce ne sono più di uno. Riesce a stento a distinguerli, masse scure e informi segnalate soltanto dal luccichio dei loro occhi. Barcolla all’indietro, tremando incontrollabilmente, abbassandosi d’istinto quasi anche lui volesse nascondersi fra le spighe, ma non ci sono spighe a proteggerlo, è nel circolo di terreno battuto con solo la pira al centro di esso, e niente può offrirgli riparo. Si volta verso la direzione dalla quale è venuto e si rende subito conto che correre indietro è impensabile. Il pensiero di calpestare sopra una di quelle cose per sbaglio è intollerabile.

Solo. Così solo. Il sole sta quasi per toccare l’orizzonte, e il cielo è incendiato verso est e di un blu lugubre ad ovest, un blu che gli fa venire freddo solo a guardarlo, anche se in verità sta ancora sudando copiosamente. I grilli friniscono. Vorrebbe non essere così solo. E come se l’avesse sentito, sua madre appare in fondo al campo. Sua madre? Sì, certo che è sua madre. Come ha fatto a dimenticarsela? Certo che è con lui. Certo che non è solo. Per un secondo, si chiede come abbia fatto anche solo a pensare di essere così solo; è ovvio che non sia solo al mondo. Il campo di grano era deserto, ma al di fuori di esso brulica la vita, confortevole, conosciuta, terrena. Solida. Sua madre viene verso di lui e lui sventola un braccio per salutarla, le sorride e il sorriso gli si congela sul volto quando inizia a distinguere il viso di lei. Non saprebbe nemmeno dire cosa ci sia che non va in esso. Forse è il sorriso che gli sembra innaturale, troppo largo, troppo tirato, quasi un sogghigno sbieco, o forse è perché più che un sorriso gli sembra una smorfia di dolore, paura, o forse addirittura rabbia e odio. È il sorriso più terribile che abbia mai visto. O forse sono gli occhi: c’è calore in essi, ma è un calore finto, vuoto, e gli sembra che non stiano guardando realmente lui ma attraverso di lui, dietro di lui, o forse guardano un’immagine di lui che appartiene solo a loro ma che lui non conosce. Di una cosa è certo: non stanno guardando lui davvero. O forse sono i lineamenti – che sicuramente sono quelli di sua madre altrimenti come avrebbe fatto a riconoscerla? – che si deformano e si distorcono come se la faccia fosse di plastica surriscaldata.

Non gli sembra che sua madre abbia mai avuto una simile espressione. O forse sì, forse è lui che si è ingannato fino adesso. Magari è sempre stato così. Lei continua ad avvicinarsi, sbracciandosi verso di lui per chiamarlo a sé in movimenti grotteschi. Lui abbassa il braccio, raggelato, pentendosi di averla salutata, di avere richiamato la sua attenzione. Guarda via da quella faccia da incubo, solo per notare altre persone attorno a lui sul campo. Nota suo padre prima di tutti, con la stessa parvenza atroce di sua madre ma al contrario di lei non sta avanzando verso di lui, non sta cercando di raggiungerlo; il suo sguardo è fisso e perso nel vuoto, quasi crudele, e lui è costretto a chiedersi con una fitta di dolore che gli si propaga dal petto se non sia morto, nonostante sia in piedi. Lascia vagare lo sguardo sugli altri, e più ne vede più i suoi piedi sembrano affondare negli steli secchi e pungenti, più il suo cuore sembra affondargli nel petto come la cappa di calore che gli pesa sulle spalle. Parenti. Amici. Conoscenti. Anche persone che non ha mai visto ma che pure sembrano così normali e rassicuranti, il genere di persone a cui stava pensando prima, in quel momento d’illusione in cui non si è sentito solo. Sembrano, appunto. Perché tutti, tutti loro sono raccapriccianti ora, spaventosi e rivoltanti, e quanto è peggio è che comunque non sono mostruosi; nonostante le facce che fondono e quegli occhi cavi e le espressioni distorte sono sempre le persone della sua vita e del suo mondo, sempre terribilmente e atrocemente normali. Umani. Non mostri.

Il sole si inabissa nel terreno, grosso e rosso e cattivo, e dall’altra un’oscurità troppo cupa e ampia inghiotte il mondo. Intorno a lui si accendono i lumicini verde-azzurrino delle lucciole, così tante, così tante, non ricorda di averne mai viste tante in tutta la sua vita, una volta di stelle intermittenti in movimento, a un metro o poco più dal terreno. È bellissimo. Volge la faccia verso il sole, stringendo gli occhi abbagliati, cercando di ignorare gli occhi che scintillano fra le spighe più delle lucciole e anche più delle faville del rogo, ignaro delle lacrime che gli rigano le guance di nero. Qualcosa gli accarezza l’orecchio sinistro frusciando contro di lui e lui urla, un urlo roco e breve, e si sbraccia preso dal panico prima di realizzare che era solo una falena, che ora svolazza di fronte ai suoi occhi.

Ma sa di avere spezzato qualcosa. Ha urlato e spezzato qualcosa, l’equilibrio precario è stato rotto, e ora tutto l’orrore che ha osservato fino ad adesso sembra torreggiare su di lui, minaccioso, soverchiante. Gli occhi nel grano luccicano biecamente, sorvegliando ogni sua mossa, giudicandolo addirittura forse. La gente attorno a lui sembra più vicina, e sua madre si muove e lo guarda e lo chiama con più urgenza, ma dalla sua bocca non esce un suono. Solo il frinire dei grilli, il ronzio delle zanzare, il sospiro del vento e il crepitio delle fiamme.

Barcolla all’indietro, mentre il suo cuore batte così forte da strozzarlo. Si volta verso i girasoli in fiamme, ormai consumati, si avvicina. Gira la testa all’indietro per un istante, guardando quei volti, così familiari e naturali e deformi. Lancia un’occhiata a quei baluginii minacciosi fra le spighe che si confondono con lo scintillio della moltitudine di lucciole. E va avanti, al di là, prendendo un passo dentro la pira.

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